Ancora ad inizio anno, ogni volta che l’Italia si affacciava sul primario, i mercati tenevano il fiato sospeso: negli ultimi giorni, invece, non fa più notizia il buon esito delle aste del Bel Paese. IlBot a sei mesi è stato collocato la scorsa settimana all’1,97% da 3,25% dell’ultima asta di fine dicembre, valore a propria volta dimezzato rispetto al 6,5% di fine novembre, massimo all’introduzione dell’euro.
Si conferma, quindi, l’apprezzamento dei mercati per i governativi italiani, apprezzamento che non è più relegato al solo breve termine, ma sta estendendosi in modo sempre più convinto anche al medio-lungo (www.aritma.eu).
Per rendersi conto dei miglioramenti ottenuti, basti pensare che a fine novembre Bot e Btp, su tutte le scadenze, veleggiavano intorno al 7,5%, mentre oggi il rischio Paese, oltre ad essere rientrato abbondantemente, è anche molto meglio distribuito. Infatti, i Bot a sei mesi rendonointorno al 2%, quelli annuali al 2,5% con i Btp 2-3 al 3,7% e 4,3%, mentre quelli a 5-10 anni sono al 5% e 6%.
I passi compiuti dal Governo Monti, secondo il responso dei mercati, sono stati decisamenteapprezzati, tanto da far passare quasi inosservata la sfilza di downgrade che abbiamo subìto, insieme ad altri Stati europei, da parte delle “note” (speriamo sempre meno) società di rating.
Ha contribuito in maniera altrettanto determinante ad allentare la tensione sull’Italia, e più in generale sui periferici europei, la decisione della BCE di procedere ad una doppia operazione a 36 mesi, una avvenuta a dicembre (che ha visto richieste dalle banche europee per 500 miliardi) e una che avverrà a fine febbraio. L’enorme liquidità che si è venuta a creare è finita sui titoli governativi e sui bond bancari riacquistati dalle stesse banche, mentre, secondo quanto afferma Draghi, non ci sono ancora segni evidenti di un trasferimento all’economia reale.
I progressi registrati dai titoli governativi italiani hanno consentito ai rendimenti obbligazionari bancari a tasso fisso, rilevabili sul mercato secondario, di invertire il precedente trend rialzista. Il costo della raccolta a medio-lungo termine per le banche è rappresentato dallo spread pagato sulle proprie emissioni obbligazionarie rispetto all’Euribor (per quelle indicizzate) e rispetto all’Irs (per quelle a tasso fisso).
Detto spread tra i rendimenti obbligazionari a tasso fisso e l’Irs è sceso di oltre un punto percentuale; a fine anno una banca, per essere competitiva, avrebbe dovuto emettere un prestito obbligazionario a 5 anni con spread oltre il 6%, mentre oggi parrebbe sufficiente (si fa per dire) un 4,5%-5% circa. Questo conferma, quindi, un potenziale miglioramento nelle condizioni del cost of funding delle banche nostrane, miglioramento che potrebbe proseguire e che dovrebbe condurre ad una mitigazione delle proibitive condizioni oggi applicate dagli istituti finanziari sulle operazioni di finanziamento a medio-lungo, che superano il 6% anche per aziende di buono standing.
Sul breve termine, la minor concorrenza del Bot inizia a produrre i suoi effetti: alcune banche stanno riducendo i rendimenti offerti sui depositi vincolati (sui tre mesi si riscontrano, presso talune banche, riduzioni dello 0,75% con rendimenti al 2,25%-2,5% circa, ovvero 1%-1,25% sopra l’Euribor). Ciò dovrebbe contribuire a mitigare la pressione sugli spread applicati ai finanziamenti commerciali a breve (sbf/anticipi fatture), anch’essi penalizzati dal pessimo finale del 2011.
Complessivamente, il mese di gennaio può quindi definirsi di conforto per i prenditori di fondi. Oltre, infatti, alle premesse che si sono venute a creare per assistere ad un calo deglispread applicati alle operazioni di finanziamento, i tassi di riferimento per l’operatività a tasso fisso (Irs) e a tasso variabile (Euribor) sono abbondantemente scesi, con i tassi Irs (3-5-10 anni a 1,25%-1,6%-2,3%) ai minimi storici e quelli Euribor in calo di oltre 20 centesimi e con prospettive di ulteriore contrazione nei prossimi mesi fino allo 0,8% per l’Euribor trimestrale.